Saturday 14 may 2011 6 14 /05 /Mag /2011 16:57

Buongiorno a tutti,

come già feci qualche tempo fa, trascorso un periodo sufficiente di tempo (quasi due anni), pubblico un memo che diffusi originariamente in via riservata e che mi permise il confronto con un collega molto bravo di cui scrissi qui nell'ottobre 2009.

E' curioso rileggere a distanza di tempo. Permette confronti e paralleli interessanti.

Prendo quindi in prestito il titolo dell'inserto dell'indispensabile "Report" della bravissima Gabanelli, per riguardare il tema a distanza di tempo.

A proposito del futuro delle organizzazioni ICT come aggregatori di servizi, all'interno di uno studio recente (Aprile 2011) di indubbia caratura, ho trovato: "Un'organizzazione IT Service Centrica - La nostra tesi è che se l'IT aziendale vuole sopravvivere, deve trasformarsi da una organizzazione basata su asset e produzione di servizi a broker e fulcro di reperimento e delivery di servizi e di informazione per il business..." Sperando di non ricevere una citazione per riportare un contenuto che condivido, invito a che voi a rileggere -specie le frasi finali di quello che segue- (e rielaborare) il tema, come mi appresto a fare io a distanza di due anni.

A voi, (per ora...) come sembra sia andata a finire?

 

Un Ecosistema di Servizi

Sotto la pressione della congiuntura economica e dei rapidi progressi delle tecnologie web/internet, il settore ICT potrebbe avere bisogno di una politica di difesa e rilancio diversa da quella valida per altri settori industriali. Potrebbe essere d’aiuto un impegno pubblico per lo sviluppo di un ecosistema di servizi?

 

Gianluca Baratti

 

9 Settembre 2009


Un aspetto della competitività nel mercato ICT

In queste pagine si espone un ragionamento focalizzato sui servizi ICT ma lo spunto è tratto da esperienze consolidate nel campo di altri segmenti di business.

Da anni le imprese industriali maggiori hanno realizzato di essere più competitive ed efficaci evitando di produrre in proprio ogni singolo componente dei loro prodotti. Negli ultimi anni, inoltre, è stata superata anche l’idea di una rete di partner di sub-fornitura completamente assoggettati ad un’unica impresa “madre”; per far posto ad un concetto di “ecosistema” in cui le relazioni economiche possono essere meno durature ma, contemporaneamente, quando esistono, sono vincolate da impegni sfidanti in termini di prezzi e qualità delle forniture.

Se il fenomeno è chiaramente in corso nel campo della produzione di beni fisici, ove comunque esistono vincoli di resistenza indotti dalle proprietà fisiche dei prodotti (ingombri, distanze da percorrere, deperibilità eccetera); è ancora più veloce -e dirompente- nel caso dei servizi ICT. Proprio per la natura opposta di tali prodotti (riproducibilità infinita, intangibilità, possibilità di trasporto istantaneo, eccetera).

Ribaltando la prospettiva: i vincoli fisici di cui sopra, per il sistema industriale manifatturiero e pesante, sono stati degli “ammortizzatori” difensivi “intrinseci” per l’impresa locale, rispetto alla competizione globale. Connaturati con la natura dei beni prodotti.

Dato che tali ammortizzatori, per natura, non esistono per servizi ICT. Solo le differenze locali di lingua e di normativa/costume, restano a “proteggere” il settore ICT locale e nazionale da ogni forma di competizione globale.

Il tema della politica ICT

Di fronte a questa situazione, la politica ha due possibili linee di azione: costruire o rinforzare barriere protettive (o protezionistiche) che fungano da ammortizzatori “artificiali” ai fenomeni sostanzialmente ineluttabili della globalizzazione, e riconfigurare la propria domanda in modo da accelerare la trasformazione del tessuto economico, anche imponendo qualche doloroso sacrificio.

Nonostante l’off-shoring dei servizi ICT sia in atto da anni (spostamento della produzione in zone del mondo a basso costo del lavoro) e il fenomeno del “cloud-computing” (vedi approfondimento nell’altra nota) stia già mostrando chiaramente il suo potenziale “distruttivo” per l’intero settore industriale, le reazioni delle imprese sono incerte e quelle della politica sostanzialmente assenti. Con il concreto rischio di un tracollo del settore per il quale, mancando gli ammortizzatori intrinseci detti prima, a traghettare le persone colpite dalla crisi non basteranno gli ammortizzatori sociali normalmente validi per affrontare le crisi periodiche di altri settori economici.

Nel passato decennio, rispetto alla progressiva crisi del settore ICT italiano rispetto a quello del resto del mondo, la politica ha utilizzato una strategia prettamente difensiva basata su due tipi di azioni: sviluppare molto gli enti strumentali e le agenzie, inserendo in strutture pubbliche ICT le persone che il mercato non era in grado di trattenere o assorbire; e “tarando” la domanda ICT degli enti pubblici sulle caratteristiche e la natura dell’offerta ICT. Cioè prodotti hardware, software e “man power”. Inoltre, coerentemente, i sistemi scolastico e universitario hanno continuato a formare diplomati e laureati capaci –e non sempre– di produrre hardware e software ma non servizi.

Il tutto perché: da un lato, mantenere bassa  -o convenzionale- la qualità della domanda, è più facile che alzarla; mentre dall’altro, “piazzare” alle amministrazioni ciò che diventa più difficile vendere altrove, è più facile che riconfigurare l’offerta. Dunque, la tendenza è stata quella di percorrere la strada del minimo sforzo. Le amministrazioni non hanno investito sulla qualità del proprio personale sviluppando una domanda quantomeno convenzionale e gli operatori economici hanno accettato di buon grado.

Non sembra che questa strategia abbia sortito gli effetti sperati di protezione e certamente non ha attuato alcun rilancio. Finendo per aumentare il peso sui sistemi di welfare tradizionali.

Ecosistema di servizi

In questo periodo storico potrebbe essere avviato un ragionamento di rilancio dell’ICT connesso con il cambiamento del tipo di domanda della Pubblica Amministrazione. Ragionamento nel quale siano sfruttate le potenzialità di internet non solo dal punto di vista tecnologico ma da quello del funzionamento delle Amministrazioni e del loro rapporto con i cittadini e le imprese.

Fino a qualche anno fa, questa era una prospettiva impraticabile perché tra gli utilizzatori finali ed i potenziali fornitori di servizi ICT non esisteva un’infrastruttura con sufficiente larghezza di banda, e perché non esistevano gli standard di interoperazione web/internet. Oggi le condizioni sono molto diverse.

Sfruttando al meglio le potenzialità offerte dalle tecnologie internet, le Amministrazioni possono: (a) diventare esse stesse più efficaci ed efficienti adottando nel loro funzionamento i paradigmi internet rende disponibili e (b) migliorare la competitività del settore ICT, spostando la loro domanda ICT dal campo dei prodotti a quello dei servizi; usando gli enti strumentali come aggregatori, invece che come sviluppatori ed erogatori, in parziale sovrapposizione col mercato.

Spunti

Il [...omissis...] è una regione in cui lo sviluppo della sanità elettronica e della telematica dei trasporti sono ancora sostanzialmente bassi. Di conseguenza, l’ambito sanitario potrebbe essere uno dei primi in cui valutare l’opportunità e possibilità di attuare una transizione dal modello “tradizionale” di domanda di prodotti ICT da parte delle Amministrazioni, a quello di domanda di servizi. Nel tentativo di accelerare lo sviluppo di un “ecosistema di servizi”, catalizzato da un significativo impegno politico.

Sia per la sanità, sia per i trasporti, avrebbe senso un ecosistema in cui siano definiti alcuni servizi a livello nazionale, erogati da partner selezionati a tale livello; alcuni servizi definiti a livello regionale ed erogati da soggetti attestati su regioni geografiche o macro-regioni e servizi definiti a livello di singola amministrazione ed erogati da chiunque sia in condizione di farlo.

I soggetti ICT [...omissis...] -intendendo da un lato le aziende del mercato ICT e dall'altro i “dipartimenti” ICT delle maggiori aziende [...omissis...], e le grandi amministrazioni locali- riterrebbero promettente fare un percorso nel quale essi si andassero a riconfigurare come un ecosistema di erogatori/fruitori -rispettivamente- di servizi?[1]

A parità di spesa, se le Amministrazioni intensificassero l’impiego dell’ICT per migliorare la propria efficacia ed efficienza e, contemporaneamente, modificassero la qualità della propria domanda da “prodotti” a “servizi”; il sistema economico [...omissis...] ne avrebbe dei vantaggi competitivi?



[1] Servizi infrastrutturali (elaborazione, comunicazione, recapito certo di messaggi ecc.); servizi applicativi generalizzati (esempio: gestione dell’identità, gestione documentale, pagamenti e gestione di transazioni economiche ecc.); servizi applicativi specializzati (logistica e magazzino, gestione delle risorse umane e payroll ecc.). In alcuni casi specializzati per settore (sanità piuttosto che trasporti) ed in taluni casi no.

Di Gianluca Baratti - Pubblicato in : Cloud computing
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Tuesday 15 december 2009 2 15 /12 /Dic /2009 18:25
Ormai siamo completamente immersi nella "cloud-bagarre".
Perciò tra tanto rumore è difficile distinguere le melodie intonate.

Brevemente riferisco di quello che mi sembra un altro passo importante verso la soluzione di uno dei principali problemi (dal punto di vista degli utilizzatori) di servizi cloud: l'indipendenza dal provider.

Nel marzo scorso riferivo di alcune prime opinioni autorevoli sul tema.
Oggi vi rinvio alla pagina di un'organizzazione che è impegnata nella promozione di standard di interoperabilità e "intercambiabilità" per i servizi cloud: la "Distribuited Management Task Force" (http://www.dmtf.org/home/).

L'organizzazione ha forse ancora qualche pecca (per esempio si tratta di una "inc.") ma concretamente raggruppa molti dei maggiori vendor di tecnologie e concretamente si impegna per proporre degli standard condivisi di interoperabilità tra servizi di vistualizzazione e cloud-computing.

Recentemente la DMTF ha pubblicato un aggiornamento di del suo standard VMAN (Virtualization Management) uscito nel settembre scorso.

Non risultano aziende italiane tra i partner e gli associati...

Di Gianluca Baratti - Pubblicato in : Cloud computing
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Saturday 10 october 2009 6 10 /10 /Ott /2009 07:35
Ieri, con un intervento interessante ad una conferenza, un anlista di fama (che ho il piacere di conoscere da quanche anno....) ha fatto almeno due riflessioni che riconosco di assoluta attualità ed ai cui spunti mi permetto di collegarmi:

- Chi non ha ancora finito di implementare un programma SOA, lo chiuda o lo ripensi radicalmene, perchè ormai sono necessarie iniziative con un taglio diverso. Chi è stato abbastanza rapido da agire tra il 2000 e il 2005 e impiegare tra 2 e 3 anni ha portato a casa dei vantaggi. Ma oggi è meglio che inizi ad indirizzare i propri investimenti con una visione non opposta ma più evoluta. Bisogna già fare qualcosa in più. dall'esperienza di eventuale lentezza si traggano però le dovute conclusioni, ragionando con intensità su perchè l'organizzazione possiede un clima culturale (e competenze sufficienti) perchè azioni di cambiamento si possano concludere in meno di un lustro.

- Prepariamoci a dei servizi (anche per la P.A.) che siano erogati da un ecosistema di attori. Prepariamoci ad un ICT che sia un "ecosistema di servizi" in cui i servizi di business siano di attori diversi, in parte P.A. e in parte privati. La SOA di dieci/cinque anni fa può essere un pre-requisito ma sempre di più la riflessione va spostata sull'implementazione di servizi end-to-end in cui ogni attore metta la attività per cui può fornire maggiore valore aggiunto e l'aggregazione (anche se può dispiacere) sarà quasi tutta, inevitablmente, dei grandi punti di "ingresso" dei social network. Una nota positiva, però, è che questi "punti di ingresso" fluttuano con i gusti della gente e non sono sostanzialmente indirizzabili. Qualcuno si ricorda di "Second Life"? Chi scommetterebbe sul fatto che  "Facebook" abbia la stessa posizione tra cinque anni?

Allora: per la P.A. cercare di costruire una cultura in cui sia veramente centrale la qualità del servizio aggregando servizi di qualità da tutti quelli che offrono porzioni ad alto valore aggiunto senza pretendere di offrire tutto e per l'ICT della P.A. costruire sistemi informativi in grado di offrire l'intercambiabilità delle porzioni di processo perchè in un ecosistema c'è sempre qualcuno che muore e qualcuno che nasce.



Di Gianluca Baratti - Pubblicato in : Cloud computing
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Tuesday 6 october 2009 2 06 /10 /Ott /2009 11:29
Sul Corriere delle Comunicazioni di questa settimana, a pag. 15, c'è un articoletto interessante che si intitola: "Usa, clowd low-cost per la PA".

Con chi avesse letto o voglia leggere l'altro articolo:"Tutti 'nella nuvola'. Ma come?" credo di poter condividere lo sconforto per i tempi di reazione italiani (ma la determinazione ad accelerare).

Sostanzialmente nell'articolo, si riprende la notizia nota del portale "Apps.gov" del governo USA, dal quale le amministrazioni locali possono utilizzare servizi di computing.
Con l'estratto di una intervista in cui il nuovo CIO federale Vivek Kundra dice: "Perchè il governo dovrebbe pagare e costruire infrastrutture che potrebbero essere disponibili gratis? Alcune applicazioni sono free, ma anche se dovessimo pagare il software potremmo evitare di comprare nuovi server o costruire altri data-center. .. In questi tempi di crisi abbiamo il dovere di usare il denaro in maniera più intelligente".

Due riflessioni brevi:

- approccio alla gestione della cosa pubblica simile a quello dell'impresa privata (o del famoso "buon padre di famiglia").

- nessuna preoccupazione circa il futuro di coloro che, negli enti pubblici locali, gestiscono server e applicazioni (forse loro non li hanno: oppure nutrono profonda fiducia che le persone, se preparate ed efficienti, possano trovare un impiego migliore presso i provider di servizi di cloud).

Di Gianluca Baratti - Pubblicato in : Cloud computing
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Tuesday 6 october 2009 2 06 /10 /Ott /2009 11:23
Essendo passato circa un anno da quando diffusi questa nota ad un pubblico ristretto, oggi la pubblico per tutti:

Tutti “nella nuvola”. Ma come?

Cloud-computing, Infrastructure Utility,

 Software as a Service: ogni organizzazione sta studiando una propria strategia per trarre benefici e non correre rischi. L’ordine “sparso” presenta dei rischi per il sistema dell’ICT. E’ ragionevole una posizione del Paese e dell’Europa?

 

 

di Gianluca Baratti

 

 

10 Ottobre 2008


3Tera (www.3tera.com) è una società californiana che offre un “sistema operativo” per virtualizzare, su un insieme di computer semplici (essenzialmente dei PC), un sistema informativo completo: firewall, server, storage eccetera. 3Tera promette, entro un anno, la versione del proprio prodotto per “virtualizzare” via internet. Dovrebbe essere possibile, per un’organizzazione, aggiungere all’insieme delle infrastrutture fisiche di 3Tera le proprie, e venire ricompensata per l’impiego che terzi potrebbero farne “eseguendo” i loro sistemi informativi virtuali.

 

Google offre su internet la possibilità di utilizzare una buona suite di applicazioni di automazione di ufficio (GoogleApps – www.google.com/apps) e di sviluppare applicazioni per il web senza dotarsi di macchine e software di sviluppo, ma usando i suoi server (GoogleAppEngine – code.google.com/appengine/). Entrambi i servizi hanno prezzi dell’ordine delle decine di euro l’anno per utente. Cioè circa un decimo del costo di analoghi prodotti acquistati con licenza e fisicamente installati sui PC.

 

Una nota azienda, leader mondiale dell’ICT, intenderebbe offrire, solo per il mercato cinese, un sistema ERP valido per piccole e medie imprese, utilizzabile attraverso internet, senza alcuna installazione locale, per circa un euro al mese, per utente.

 

Questi sono solo alcuni esempi di un fenomeno importante.

 

A cinquant’anni dai primi sviluppi dell’IT, a trenta dallo sviluppo del Personal Computer ed a quindici dalle prime mosse di internet, si stanno determinando le condizioni per una modifica sostanziale del supporto che l’IT offre a molte attività umane: la banda sempre più larga sulle dorsali internet e gli standard web ci stanno mettendo in condizione di far passare i servizi IT da una risorsa prodotta “localmente” all’organizzazione che li usa (il server “in cantina”); a beni prodotti con efficienza dove i costi possono essere più bassi e consumati capillarmente “a misura”.

 

Perciò, ogni staff ICT, in questo periodo, sta studiando la propria strategia per avvantaggiarsi dalla disponibilità di queste offerte e non esporre l’organizzazione di appartenenza ad eccessivi rischi. Tenendo ben presente che, stante la congiuntura economica, argomentazioni generiche sull’immaturità degli strumenti, sulla loro scarsa sicurezza e sulla rigidità alle personalizzazioni, potrebbero essere molto più deboli di un tempo.

 

Già un decennio fa, con il fallimento del modello degli Application Service Provider, furono smentite le teorie di un rapido passaggio a client “vuoti” e grandi data-center remoti; Però oggi le condizioni sembrano diverse –economia, disponibilità di tecnologie web e banda– e sembra probabile che il fenomeno odierno tenda ad una conclusione diversa.

 

Ma cosa accadrebbe se questo fenomeno si consolidasse rapidamente?

 

La risposta è intuibile; ed è descritta bene in vari lavori. Per esempio: “The Big Switch” di Nicholas G. Carr. E’ altamente probabile lo svilupparsi di pochi data-center gestiti da poche “utility di computazione”, nei quali si verrebbero a concentrare “virtualizzati” i sistemi informativi delle organizzazioni. Specie quelli di aziende piccole e medie. E’ altamente probabile che la maggior parte delle applicazioni di uso comune non saranno più installate localmente sui PC degli utenti ma in internet. Nella “nuvola”. “In the cloud”. Senza che gli utilizzatori debbano preoccuparsi –e siano garantiti– circa i livelli di servizio, la privatezza dei dati e la qualità nel tempo. Se non da contratti per il cui mancato rispetto occorrerebbe rivolgersi a fori lontani. In ultimo, è altamente probabile che di molte delle odierne risorse e professionalità impegnate all’interno dei data-center italiani ed europei, ci sia ben poca ulteriore necessità.

 

Naturalmente il quadro non è solo a tinte fosche ed al tramonto di un sistema economico dell’ICT basato sulla produzione e il consumo “locale” di applicazioni e computazione, se ne sostituisca un altro. Basato su produzione e consumo geograficamente distanti. Producendo, complessivamente, una maggior varietà di prodotti e servizi e, dunque, una nuova crescita.

 

A fronte di questo quadro generale prevedibile ad un decennio, sorge una domanda di natura politica: quale posizione è accettabile per il Paese e –stante la scala mondiale della competizione– per l’Unione Europea, rispetto ai rischi potenziali di questo fenomeno?

 

Nel panorama delle azioni possibili per non lasciare “orfano” il già debole settore ICT italiano ed europeo, ci sono –tra molte– due possibili reazioni: (a) avviare dei programmi che favoriscano la transizione del sistema dell’ICT ad un modello in cui lo sviluppo di prodotti hardware e software da rilasciare sotto licenza lasci il posto all’erogazione di servizi da data-centers generalizzati, nemmeno noti agli utilizzatori finali (sviluppo di servizi “cloud”); (b) avviare un progetto su vasta scala per la realizzazione di un’infrastruttura di cloud-computing per la pubblica amministrazione.

 

Il primo intervento dovrebbe tentare di contrastare –e se possibile invertire– la tendenza al declino delle imprese ICT nazionali ed europee; il secondo dovrebbe mirare a non perdere la conoscenza delle tecnologie strategiche alla base del cloud-computing che oggi sono tutte di fonte USA.

Di Gianluca Baratti - Pubblicato in : Cloud computing
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